Un conflitto breve ma devastante: attacchi aerei, missili, sabotaggi e una tregua fragile che potrebbe non durare
WASHINGTON/TEHERAN/GERUSALEMME – Con un annuncio solenne, il presidente statunitense Donald Trump ha dichiarato conclusa la cosiddetta “guerra dei 12 giorni” tra Israele e Iran, un’escalation militare iniziata il 13 giugno con l’operazione israeliana “Leone Nascente”. Un conflitto lampo, ma intensissimo, che ha riportato il Medio Oriente sull’orlo del baratro nucleare e ha suscitato timori di una guerra regionale su vasta scala.
L’attacco di Israele: l’inizio della guerra
Il 13 giugno circa 200 caccia israeliani hanno lanciato un attacco coordinato su oltre 100 obiettivi in territorio iraniano, colpendo sei città – tra cui Teheran – e centrando il cuore del programma nucleare iraniano: l’impianto di Natanz. L’azione ha provocato la morte di almeno 20 alti ufficiali, inclusi il capo di stato maggiore iraniano e dirigenti di spicco dei pasdaran. Contemporaneamente, operazioni di sabotaggio sono state condotte sul campo da agenti del Mossad.
La risposta dell’Iran: droni e missili su Israele
L’Iran ha replicato con durezza, definendo l’operazione una “dichiarazione di guerra” e lanciando oltre 100 droni e numerosi missili su città israeliane, comprese Tel Aviv e Gerusalemme. L’Iron Dome ha tenuto, ma non del tutto: le sirene sono risuonate per giorni, milioni di israeliani rifugiati nei bunker e centinaia di vittime civili e militari.
Bombardamenti reciproci e vittime illustri
Nei giorni successivi, Israele ha continuato a colpire infrastrutture iraniane, uccidendo decine di scienziati e militari, inclusi alti vertici come Ali Shadmani. In risposta, Teheran ha intensificato i suoi lanci contro città israeliane come Haifa e Beer Sheva, dove un missile ha colpito un ospedale. Il bilancio delle vittime è drammatico da entrambe le parti.
I negoziati saltati e l’ingresso degli USA
Mentre gli attacchi si intensificavano, i negoziati sul nucleare tra Iran e USA sono stati ufficialmente sospesi. Il 22 giugno, Trump ha annunciato un massiccio attacco americano a tre impianti nucleari iraniani, inclusi Fordow, Natanz ed Esfahan. Due giorni dopo, l’Iran ha risposto con un raid simbolico su una base USA in Qatar, senza provocare vittime.
Il cessate il fuoco e la fragile tregua
A seguito della risposta iraniana ritenuta “debole”, Trump ha proclamato “conclusa” la crisi, annunciando un cessate il fuoco “completo e totale”. Tuttavia, poche ore dopo, Israele ha colpito un radar militare iraniano, giustificando l’azione come ritorsione al lancio di due missili balistici iraniani.
Trump ha reagito duramente: “Abbiamo due Paesi che combattono da così tanto tempo e con tanta rabbia che non sanno più cosa stanno facendo”. Una dichiarazione che ha spinto Teheran e Tel Aviv a riaffermare l’impegno al rispetto della tregua.
Le dichiarazioni finali: due vittorie, due verità
Il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha celebrato “una vittoria storica”, dichiarando di aver “distrutto il programma nucleare iraniano” e “annientato il comando militare nemico”. “Il mondo studierà questa guerra per decenni”, ha affermato.
Dall’altra parte, il neopresidente iraniano Massoud Pezeshkian ha rivendicato la “resistenza eroica” della nazione e denunciato “l’aggressione sionista”. “La guerra ci è stata imposta, ma abbiamo saputo rispondere. Ora la pace è nelle mani della diplomazia.”
Uno stop, non una pace
Il cessate il fuoco pone fine a 12 giorni di sangue e devastazione, ma non risolve il conflitto di fondo tra i due Paesi. Il futuro della regione rimane incerto, così come quello del programma nucleare iraniano e delle relazioni tra Israele, Iran e Stati Uniti. La “guerra dei 12 giorni” potrebbe diventare solo un capitolo in una storia molto più lunga.







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