Milano, 4 novembre 2025 – Dopo cinque giorni di speranze e preghiere, è arrivata la notizia più temuta: Alessandro Caputo e Stefano Farronato, i due alpinisti italiani dispersi da venerdì scorso sul massiccio del Manaslu, in Nepal, sono morti.
Le autorità nepalesi hanno confermato il decesso, come comunicato dalla Farnesina nella mattinata di oggi.
I contatti con i due si erano interrotti mentre si trovavano al Campo 1, a circa 5.000 metri di altitudine, dove erano stati sorpresi da una violenta bufera di neve. Con loro c’era anche Valter Perlino, capo spedizione e alpinista di grande esperienza, rimasto bloccato al campo base a causa di un malore. È stato lui a lanciare l’allarme: due giorni fa è stato tratto in salvo da un elicottero.
Il progetto “Panbari Q7”
Caputo, Farronato e Perlino erano partiti per il Nepal per realizzare il progetto “Panbari Q7”, un’ambiziosa spedizione con l’obiettivo di salire con gli sci, in autonomia e in stile alpino, la vetta del Panbari Himal, 6.983 metri, una montagna remota nella zona del Manaslu, salita per la prima volta solo nel 2006 da un team francese.
I tre alpinisti avevano un mese a disposizione per esplorare quella che definivano una “terra di sogni e di sfide”, simbolo di un alpinismo essenziale, autentico e lontano dalle rotte commerciali. “Il Panbari rappresenta un’occasione per misurarci con l’imprevisto e i nostri limiti personali”, scrivevano prima della partenza.
Chi era Alessandro Caputo
Alessandro Caputo, 26 anni, era studente di Giurisprudenza all’Università Statale di Milano e maestro di sci in Svizzera, a Saint Moritz. Originario di una famiglia molto legata alla montagna, si era formato sportivamente nello Sci Club Valmalenco, allenato dalla maestra Patrizia Piacenza, che oggi lo ricorda come “un ragazzo serio, educato e determinato”.
“Si impegnava con grande passione, aveva superato brillantemente gli esami per diventare maestro di sci – racconta Piacenza –. Un giovane che amava la montagna con rispetto e profondo entusiasmo”.
Solo due settimane fa, Caputo aveva condiviso sui social un pensiero poetico e quasi profetico:
“E poi lui, il Manaslu, la montagna dello spirito, appare — maestoso, protettivo, silenzioso. Domani lo raggiungeremo al Base Camp, per acclimatarci e prepararci al passo del Larkya. Il cuore è pieno: di meraviglia, di stanchezza, e di quella voglia inesauribile di andare ancora un po’ più in là.”
Il ricordo di una passione senza confini
Anche Stefano Farronato, arboricoltore del Bassanese, era un alpinista esperto con numerose spedizioni alle spalle. Entrambi condividevano un amore profondo per la montagna e per l’avventura, vissuta sempre con rispetto e consapevolezza.
La notizia della loro morte ha suscitato profondo cordoglio nella comunità alpinistica italiana, tra amici e colleghi che in queste ore ricordano due uomini accomunati da un sogno e da una passione che li ha accompagnati fino all’ultimo passo.







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