Teheran, 11 gennaio 2026 – Le strade dell’Iran continuano a bruciare di tensione. Per il quindicesimo giorno consecutivo, migliaia di cittadini sono scesi in piazza per protestare contro il regime, ma la risposta delle autorità si conferma implacabile: spari sui manifestanti, minacce di pena di morte e migliaia di arresti. Secondo le organizzazioni non governative per i diritti umani, il numero delle vittime potrebbe aver già superato il centinaio, anche se il bilancio reale è probabilmente molto più alto. Nel frattempo, il blackout di internet imposto dal governo rende difficoltoso il monitoraggio della situazione, mentre gli ospedali restano “sopraffatti” dai feriti.
Secondo l’agenzia stampa Hrana, oltre 10.000 persone sono state arrestate finora. Il comandante in capo della polizia nazionale iraniana, Sardar Radan, ha confermato che “il livello di scontro con i rivoltosi è aumentato” e ha parlato di “arresti importanti”, sottolineando che “i principali elementi dei disordini di ieri sera sono stati catturati”.
In questo clima di crescente instabilità internazionale, si intensificano le speculazioni su un possibile intervento degli Stati Uniti. Il presidente Trump ha dichiarato di essere pronto ad aiutare i manifestanti iraniani e, secondo quanto riportato dal New York Times, starebbe seriamente valutando la possibilità di autorizzare attacchi mirati contro siti non militari a Teheran. La situazione ha portato Israele a entrare in stato di massima allerta, in previsione di un eventuale intervento americano.
La risposta iraniana non si è fatta attendere. Il presidente del parlamento iraniano, Mohammad Baqer Qalibaf, ha minacciato che qualunque obiettivo statunitense o israeliano sarà considerato “legittimo” e subirà dure conseguenze.
La crisi in Iran, dunque, assume una dimensione sia interna che internazionale: da un lato, la repressione violenta delle manifestazioni minaccia i diritti umani fondamentali; dall’altro, le tensioni con Stati Uniti e Israele aumentano il rischio di un’escalation militare nella regione.
Il mondo osserva con apprensione: ogni giorno che passa, cresce la preoccupazione per le sorti dei manifestanti e per la stabilità dell’intero Medio Oriente.







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