La leader del Rassemblement National rischia la conferma della condanna che le impedirebbe di candidarsi alle presidenziali francesi del 2027. Al centro del processo il presunto uso irregolare dei fondi destinati agli assistenti parlamentari
È attesa per oggi, lunedì 7 luglio, la sentenza d’appello nel processo a carico di Marine Le Pen, coinvolta nel caso dei presunti falsi impieghi degli assistenti parlamentari al Parlamento europeo.
La leader del Rassemblement National era stata condannata in primo grado a quattro anni di carcere, due dei quali con la condizionale e due con l’obbligo del braccialetto elettronico, oltre a cinque anni di ineleggibilità. Una decisione che, se confermata, le impedirebbe di partecipare alle elezioni presidenziali francesi del 2027.
Secondo i giudici di primo grado, tra il 2004 e il 2016 sarebbe stato messo in piedi un “sistema” per utilizzare in modo improprio gli stipendi versati dal Parlamento europeo agli eurodeputati del partito, allora denominato Front National. Quelle somme erano destinate alla retribuzione degli assistenti parlamentari impegnati nelle attività istituzionali a Bruxelles e Strasburgo.
L’accusa: un danno da oltre 3 milioni di euro
Secondo la ricostruzione dell’accusa, alcuni assistenti avrebbero lavorato in realtà esclusivamente per il partito o per i suoi dirigenti, senza svolgere le attività previste dai contratti parlamentari.
La sentenza di primo grado aveva quantificato il danno alle casse delle istituzioni europee in circa 3,2 milioni di euro, considerando anche 1,1 milioni già restituiti da una parte dei 25 imputati coinvolti nel procedimento.
L’esito del giudizio d’appello potrebbe avere conseguenze decisive sul futuro politico di Le Pen: una conferma della condanna renderebbe più difficile la sua candidatura alla corsa all’Eliseo, mentre una decisione favorevole potrebbe riaprire la possibilità di una nuova candidatura, seppure con tempi stretti.
La linea della difesa: “Nessuna intenzionalità”
Durante il processo d’appello, Marine Le Pen ha contestato l’ipotesi di un comportamento volontariamente illecito, sostenendo che, anche in presenza di eventuali irregolarità, non vi sarebbe stata alcuna intenzione di commettere un reato.
La leader francese ha parlato di un possibile errore nella gestione dei contratti degli assistenti parlamentari e ha accusato il Parlamento europeo di non aver segnalato tempestivamente eventuali anomalie.
Secondo la sua difesa, l’istituzione europea sarebbe stata a conoscenza degli elementi relativi ai contratti contestati senza intervenire. “Non abbiamo nascosto niente”, è stata la posizione ribadita da Le Pen davanti ai giudici.
La sentenza di oggi rappresenta quindi un passaggio decisivo non solo per il procedimento giudiziario, ma anche per gli equilibri della destra francese in vista delle prossime elezioni presidenziali.






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